Ti ricordi la casa rossa? Lettera a mia madre


Scaffale - Ti ricordi la casa rossa? Lettera a mia madre“Mi fissi e mi attraversi con lo sguardo. Vedi altro. Vedi altri, di altri, di altri tempi. Sono i volti che hai incontrato quando eri piccola, nitidi e vivissimi. Sono tornate alla tua memoria le persone di cui ci hai sempre raccontato trasformandole nei personaggi di un romanzo storico familiare e sono tornati anche i dimenticati, i rimossi, i marginali, che hanno scacciato con prepotenza i tuoi affetti più recenti, i più cari. Ingiusto, ma è questo. In questa tua stanza affollata di ricordi antichi riconosci loro e non noi. Sei nel nostro spazio ma sospesa in un tempo tutto tuo” (pagina 9).
Sono queste le parole di un figlio per descrivere sua madre, che il morbo di Alzheimer ha trasformato in una persona che stenta a riconoscere i suoi cari, così come i congiunti stentano a riconoscerla: il grande potere di questa malattia, infatti, è quello di lasciare in un corpo riconoscibile una persona piano piano diventata un’altra. Il grande pregio di questo libro, il motivo per cui leggerlo, è il fatto che la demenza e la perdita di se stesso sono raccontate abbandonando il linguaggio clinico, i sintomi e le terapie più accreditate, per scaraventarci nella vita di tutti i giorni di una signora e della sua famiglia, tutti ugualmente colpiti da questa malattia che ha cambiato la loro vita. In questo caso parlare di medicina narrativa fa perdere una parte importante di questa esperienza, che vuole superare le classificazioni e farsi, appunto esperienza di vita, riattribuzione di significato alla propria e altrui vita.
Si deve prepararsi, con questo libro, a tuffarsi nel mondo dell’Alzheimer, malattia sconosciuta fino a pochi decenni fa e oggi repentinamente salita nelle classifiche: per quali cause? Impossibile dirlo ancora, forse per l’invecchiare stesso delle persone, che hanno acquistato giorni di vita ma non sempre qualità di vita in questi giorni strappati al tempo. Afferma Scarpati stesso che “c’è chi si rifiuta di definire l’Alzheimer una vera e propria malattia”: è vero, il processo degenerativo che la caratterizza la fa scambiare con una vecchiaia che inizia a far calare il sipario della vita sulla persona anziana, diminuendola pian piano nelle sue capacità più quotidiane, fino alla perdita di consapevolezza di sé. Una malattia, dice Scarpati stesso, che “ sfinisce psicologicamente chi la vive, malato e dintorni. I malati siamo noi. Noi che assistiamo a questa agonia. Viviamo una parentesi che gli altri non possono capire” (pagina 131). Quindi una patologia familiare, più che individuale, come molte delle malattie dei nostri tempi.
Prendendo questo libro in mano si deve prepararsi a un viaggio nel mondo della malattia che trasforma, che obbliga a perdite importanti, verso la quale un figlio escogita una terapia familiare: avvolgere la madre in un lungo racconto, senza rispetto dell’ordine degli eventi, senza la necessità di un inizio e di una fine, piuttosto con l’idea di raccontare per non dimenticare chi è sua madre e nel contempo favorire, seppur non potendo garantire, la permanenza dei ricordi, della storia personale in una madre smemorata.
Si ritrovano certo tutti i tratti particolari della malattia: l’aggressività senza giustificazione (pagina 38), oppure l’affiorare delle manie (pagina 88), la perdita di memoria (pagina 90), il cambio di significato alle parole (pagina 90), nonché l’inversione dei ruoli nella famiglia (pagina 92). Tra questi ultimi, è da sottolineare l’efficacia quasi teatrale con cui Scarpati descrive i nuovi modi di essere assieme di due anziani, come il padre e la madre, colpiti entrambi, per così dire, dagli effetti dell’Alzheimer: “Ogni tanto lo metto seduto qui accanto a te e vi tenete la mano, papà sulla poltrona regolabile e tu sull’odiosa carrozzella. A volte sei tu che lo cerchi, sollevi il braccio, provi a stringere qualcosa e io capisco che vuoi il suo contatto. È l’unico gesto di scambio tra di voi. Lui con una mano tiene te, con l’altra un libro. È muto, legge. Se io scelgo di riempirti di parole, lui non ne dice nemmeno una. Sta qui ma con la mente viaggia da un’altra parte. Non vuole vedere, non vuole capire. È il suo modo per sopportare. Non so cosa vi siete detti, se vi siete parlati e già lasciati, non ho mai osato entrare nella vostra intimità. So solo che, osservata da fuori, questa scena sembra un controsenso. Lui sta qui ma la sua mente è altrove, tu stai altrove quanto vorresti essere ancora qui. O forse vi siete dati appuntamento in un luogo che nessuno di noi conosce” (pagina 39).
Un libro da leggere e suggerire a professionisti e familiari, senza distinzioni.

Laura D’Addio

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