Nel recente Convegno Nazionale della Società Italiana Metabolismo Diabete Obesità (SIMDO) che riunisce medici, infermieri, dietisti, psicologi, a sottolineare l’importanza di un approccio multidisciplinare, imprescindibile per una cura mirata e capace di esiti. Approccio, però, che per produrre risultati per tutti coloro che ne hanno bisogno deve essere sostenuto da una parità di accesso a djagnosi, presa in carico e trattamenti . Solo così il sistema salute è davvero inclusivo.
Ne abbiamo parlato con Tatiana Lai infermiera con incarico di posizione organizzativa impegnata nella gestione delle patologie croniche in ambito internistico e diabetologico presso l’ASL 8 – Distretto 4 Sarrabus-Gerrei (Cagliari), dove ricopre un ruolo di riferimento per la presa in carico integrata dei pazienti. All’interno della SIMDO, porta avanti un lavoro di formazione, ricerca e coordinamento infermieristico.
Approffittando, dunque, della sua posizione privilegiata abbiamo chiesto di aprire lo sguardo sul tema.
Dr.ssa Lai, quale personalizzazione e come per poter considerare il sistema salute davvero inclusivo?
La personalizzazione in ambito sanitario non è un optional, ma l’evoluzione necessaria per affrontare l’elevata eterogeneità clinica e sociale dei pazienti con patologie croniche. Si configura attraverso l’adozione di un “approccio personalizzato e nel solco della medicina di genere”, fondamentale per il successo terapeutico. Dati di Contesto e Inclusività: l’urgenza di un sistema inclusivo è supportata da dati epidemiologici. Attualmente, in Italia, la prevalenza dell’obesità si attesta al 12% della popolazione adulta, con tassi di sovrappeso che raggiungono il 43%. Inoltre, il diabete, strettamente correlato, colpisce circa 4 milioni di adulti, pari a oltre il 5,8% della popolazione.
Tuttavia, la maggiore incidenza di obesità e diabete si registra nelle fasce di popolazione con reddito più basso.
Questa disparità socio-economica ostacola la piena inclusività, rendendo le cure specialistiche avanzate accessibili solo a una fascia limitata. Un sistema è realmente inclusivo quando garantisce, come sancito dal Piano Nazionale Diabete, l’accesso universale a un percorso di cura multiprofessionale che produce “risultati per tutti coloro che ne hanno bisogno”, trasformando la cura da un “privilegio” in un “diritto”.
Lei definisce la medicina di genere una “medicina sartioriale”, come va usata dal professionista per personalizzare davvero l’approccio e quali sono i determinanti di un approccio che sia davvero tale nei fatti?
La “medicina sartoriale” è la metodologia clinica che adatta l’intervento (diagnostico, terapeutico ed educativo) alle specificità del paziente, includendo sesso, età, contesto socio-culturale e comorbilità.
I determinanti per l’efficacia di questo approccio si basano su due pilastri, in linea con le raccomandazioni delle società scientifiche come la SIMDO:
1. Modello Integrato e Prossimità: È essenziale superare la storica frammentazione assistenziale (Ospedale-Territorio). Il “lavoro di squadra tra i vari professionisti” deve assicurare “continuità assistenziale” attraverso un approccio integrato che coinvolga Ospedale, Territorio e Domicilio. Questo è cruciale per la gestione delle acuzie e la prevenzione delle complicanze.
2. Il Ruolo Strutturale dell’Infermiere: La figura infermieristica nel Team Multiprofessionale è il “pilastro” della continuità. L’Infermiere, nella sua funzione di “Global Integral e Continuativa”, implementa l’educazione terapeutica strutturata (ETS) – un intervento cruciale che, secondo studi come il DESMOND Trial, riduce significativamente i livelli di HbA1c e migliora la qualità di vita (QdV).
“L’infermiere con ascolto, empatia e sostegno alla famiglia e alla promozione dell’autonomia e della consapevolezza… sia nella rete diabetologia valore aggiunto in tutto il percorso di relazione e cura.”
L’apporto infermieristico garantisce che la personalizzazione non sia solo un piano terapeutico, ma un processo di empowerment costante, grazie anche alla sua cooperazione con tutte le figure professionali.
Che ruolo hanno o devono avere e come vanno supportati i caregiver per dare continuità alla presa in carico e facilitare gli esiti?
I caregiver informali rappresentano una risorsa assistenziale cruciale, spesso sottovalutata. Nelle patologie croniche, la loro figura è di co-terapeuta, garantendo la fedeltà al piano di cura nel contesto domestico (il luogo in cui si svolge il 90% della gestione della malattia).
Impatto e Necessità di Sostegno:
Il ruolo del caregiver è direttamente correlato a esiti positivi: studi dimostrano che un supporto adeguato ai caregiver può ridurre il tasso di riospedalizzazione fino al 25% e migliorare l’aderenza ai farmaci. Tuttavia, questo ruolo espone al rischio di “caregiver burden” (carico assistenziale).
Per dare continuità efficace, i caregiver devono essere supportati attraverso un modello strutturato:
1. Formazione Specifica e Riconoscimento: I caregiver devono essere formalmente inclusi nel percorso di cura e destinatari di “Educazione terapeutica e supporto quotidiano”. Il team deve fornire le competenze necessarie per il monitoraggio dei parametri (es. glicemia) e la gestione delle emergenze.
2. Sostegno Psico-Sociale e Emotivo: È fondamentale supportare il caregiver con ascolto ed empatia per prevenire l’isolamento e lo stress. Il team multiprofessionale, in virtù della sua cooperazione interna, in particolare lo psicologo e l’infermiere, deve monitorare il benessere del caregiver per assicurare che la loro funzione rimanga sostenibile.
L’integrazione e il supporto del caregiver sono, dunque, un elemento imprescindibile per “migliorare l’aderenza terapeutica” e ridurre la frammentazione dell’assistenza, rafforzando l’approccio realmente umano e inclusivo al centro della mia visione.
Marina Vanzetta
17 novembre 2025


