Una fiducia che nasce dalla responsabilità


Il nostro lessico si è arricchito, in questo tempo inedito, di una serie di parole pronunciate frequentemente nelle interazioni giornaliere. Fra le più ripetute si possono segnalare: isolamento, contagio, distanziamento, immunità, esami sierologici, tamponi, vaccino. Queste parole hanno trovato dimora nella quotidianità di ciascuno di noi, generando, nelle relazioni interpersonali, sentimenti contrastanti e divergenti: solidarietà e coinvolgimento emotivo da un lato, ma, dall’altro, anche paura e chiusura in una cerchia ristretta ed altamente controllata.

Non esistono antidoti o ricette miracolose per recuperare una presunta normalità.
Coltivare riflessioni consapevoli sulla portata di quanto è successo e riprendere il significato di alcune competenze esistenziali potrebbe aiutarci a delineare alcune istanze praticabili in questo particolare momento.
Da una parte, si coglie un diffuso sentimento di paura che paralizza atteggiamenti di prossimità e genera comportamenti di chiusura e diminuzione della fiducia nei confronti dell’altro identificato quale nemico portatore di contagio.

D’altra parte, si osservano atteggiamenti di superficialità da parte di coloro che si sentono in qualche modo immuni per diversi motivi e non si immaginano come possibili portatori sani di contagio.
Entrano allora in gioco due atteggiamenti: la fiducia e la responsabilità.

Il concetto di fiducia è collegato con l’affidare a qualcuno qualcosa da custodire. Ai professionisti della cura, per esempio, viene affidata la salute: agli infermieri in particolare una presa in carico della persona con un’attenzione particolare al rispetto della sua dignità. La fiducia consente il transito di sentimenti e pensieri all’interno della relazione favorendone all’interno lo sviluppo del dialogo e la dimensione dell’ascolto. Seguendo il pensiero di Georg Simmel, sociologo tedesco, la fiducia intesse forti legami con connotazioni di tipo etico. Sperimentare fiducia consente alla società di sopravvivere come comunità, considerato che gli attori sociali prima di ogni relazione assumono come presupposto la reciproca affidabilità, almeno per ciò che riguarda la volontà di portare a buon fine la relazione stessa.

Tutte le relazioni fra gli uomini poggiano sul fatto che essi sanno qualcosa l’uno dell’altro. Il maestro sa che può pretendere dall’allievo una certa qualità e quantità di materia da apprendere comportandosi di conseguenza. Sapere con chi si ha a che fare è la prima condizione per poter avere in generale qualcosa a che fare con qualcuno (1).

Per Simmel, il rispetto dei ruoli e le posizioni sociali sono sempre meno dirette e sempre più mediate dai mezzi di comunicazione, perciò la fiducia interpersonale acquisisce un ruolo fondamentale (2). Fidarsi di un’altra persona per potere assumere conseguentemente decisioni, non costituisce, per l’autore, una scelta isolata, avulsa dal contesto sociale e culturale e dalle capacità della persona stessa, ma un’opzione fortemente legata agli usi e costumi di una società e alle storie di vita di ciascun individuo. L’atteggiamento di fiducia nasce, si sviluppa e si sperimenta sempre in un luogo ed in un tempo definito partendo dalle potenzialità che gli interlocutori nella relazione dimostrano.

La cura fondata sulla fiducia contrasta fortemente il principio di individualità così saldamente radicato nelle società occidentali. La fiducia, substrato dell’empatia e antitesi al pregiudizio, consente di fare esperienza dell’altro e con l’altro, dilatando lo sguardo verso bisogni, a volte manifesti, a volte inespressi, ma sempre presenti. Un percorso di cura nasce sempre da una scoperta, dove scoprire significa osare, andare oltre lo sconosciuto di cui è portatrice ogni persona che necessita delle cure a sua volta affronta l’ignoto di colui che cura (3).

Le pratiche di cura consentono, attraverso la sperimentazione di una molteplicità di linguaggi (verbale, gestuale, corporeo), di sviluppare reti di fiducia. Tuttavia, la fiducia non può esigersi: può unicamente essere offerta o accettata, non può essere avviata sulla base di una rivendicazione né di negoziazioni ma solo a partire da una decisione di investimento in una relazione attiva di fiducia e chi la riceve accoglie un’opportunità (4). Quanto è necessario in questo preciso momento storico di ripresa di relazioni interpersonali “protette, recuperare questa dimensione della fiducia per tornare a viverci come animali sociali aristotelici?

A proposito della correlazione responsabilità e cura, più che mai attuale risuona il monito di Hans Jonas, filosofo tedesco (1903-1993), nella sua opera Il principio responsabilità.

La responsabilità è la cura per un altro essere quando venga riconosciuta come dovere, diventando “apprensione” nel caso in cui venga minacciata la vulnerabilità di quell’essere. Ma la paura è già racchiusa potenzialmente nella questione originaria da cui ci si può immaginare scaturisca ogni responsabilità attiva: che cosa capiterà a quell’essere, se io non mi prendo cura di lui? Quanto più oscura risulta la risposta, tanto più nitidamente delineata è la responsabilità. Quanto più lontano nel futuro, quanto più distante dalle proprie gioie e dai propri dolori, quanto meno familiare è nel suo manifestarsi ciò che va temuto, tanto più la chiarezza dell’immaginazione e la sensibilità emotiva debbono essere mobilitate a quello scopo (5).

Il senso di responsabilità che l’autore definisce in queste affermazioni ci interroga rispetto il nostro modo di vivere oggi nei confronti delle persone più vulnerabili e deboli.
In questo particolare momento del contagio, per esempio, l’utilizzo dei mezzi di protezione individuale, il rispetto delle norme di distanziamento, si attuano prima di tutto per preservare coloro che sono più fragili ed esposti e questo richiede l’applicazione di un principio di astrazione rispetto al proprio individualismo.

Parafrasando l’imperativo etico di Jonas: Agisco in modo che le conseguenze delle mie azioni siano compatibili con la permanenza di un’autentica vita umana sulla terra (6).
Ed ancora l’autore ci invita a riflettere sulla responsabilità dei nostri gesti quotidiani e delle nostre scelte anche nei confronti dell’ambiente e delle generazioni future che non hanno diritto di parola e di difesa.

Con quello che facciamo qui, ora, e per lo più con lo sguardo rivolto a noi stessi, influenziamo in modo massiccio la vita di milioni di uomini di altri luoghi e ancora a venire, che nella questione non hanno avuto voce in capitolo (7).

Questa affermazione dell’autore può trovare applicabilità anche nell’esercizio delle Professioni di cura. Per quanto riguarda quella Infermieristica, il Code of Ethics for Nurses dell’ICN (8) (2000) definisce la responsabilità dell’Infermiere come: promuovere la salute, prevenire la malattia, ristabilire la salute, alleviare la sofferenza. Un’ampia gamma di ambiti ed azioni presenti e delineati con chiarezza anche negli articoli del recente codice deontologico infermieristico italiano (2019) che rimandano all’esercizio di una Professione agita in modo rispettoso, non solo nel qui ed ora, ma anche per chi verrà dopo di noi. Una responsabilità, utilizzando le parole di Simone Weil, filosofa francese, che costituisce un bisogno vitale dell’animo umano:

L’iniziativa e la responsabilità, il senso di essere utile e persino indispensabile, sono bisogni vitali dell’anima umana. ……La soddisfazione di questo bisogno esige che un uomo debba prendere spesso decisioni su problemi, grandi o piccoli, i cui interessi siano estranei ai suoi propri, ma verso i quali si senta impegnato. Bisogna anche che debba sforzarsi continuamente. E bisogna infine che possa appropriarsi col pensiero dell’intera opera della collettività di cui fa parte, compresi i settori sui quali non avrà mai da prender decisioni né pareri da dare. Per questo bisogna fargliela conoscere, chiedergli il suo interessamento, rendergliene sensibile il valore, l’utilità e, se è il caso, la grandezza; e fargli chiaramente comprendere la parte che egli ha. Ogni collettività, di qualsiasi specie essa sia, che non soddisfi queste esigenze dei suoi membri è guasta e dev’essere trasformata (9).

L’opportunità, allora, in questo momento storico speciale, è forse quella di recuperare il senso di una convivenza civile attraverso un’appartenenza ed una partecipazione alla vita comunitaria abitata dalla fiducia e governata dalla responsabilità.

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Bibliografia

1. Simmel G., Sociologia, Edizioni di Comunità, Milano 1989, 291.
2. Garzi R., Da Simmel a Goffman:appunti per un confronto contributo in Lo sguardo obliquo. Dettagli e totalità nel pensiero di Georg Simmel in Federici C.et al, Casa editrice Morlacchi , Perugia 2004 45-47.
3. Collière M.F., Aiutare a vivere, Edizioni Sorbona, Milano 1991.
4. Semeraro A., Vigilia del dì di festa per metropoli occidentali, in Quaderno di comunicazione rivista di dialogo fra culture, Editore Meltemi, Roma 6/2006,151.
5. Jonas H., Il principio responsabilità, Einaudi, Torino, 1990, 285.
6. Jonas H., Il principio responsabilità, Einaudi, Torino, 1990, 16.
7. Jonas H., Tecnica, medicina ed etica, Einaudi, Torino, 1997,31.
8. Fry S., Etica per la pratica infermieristica, Ce, Milano, 2004.
9. Weil S., La prima radice, Edizioni di Comunità, Cremona,1954, 21-22.


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