Radio, TV, carta stampata, gli infermieri visti dai giornalisti


Ilaria Sotis “Rai Radio 1”, Tonia Cartolano “Sky”, Giusi Fasano “Il Corriere”, Alessandra Vaccari “L’Arena”, Enrico Negrotti “Avvenire“, Niccolò Zancan, “La Stampa“.

Nelle loro parole gli infermieri prima e dopo la pandemia.
Chi era l’infermiere prima della pandemia? Chi è l’infermiere ora? Che cosa manca all’infermiere per consolidare l’immagine che dato di sé?
Tre domande le cui risposte disegnano per alcuni versi, come in una sequenza fotografica, un “cambio” di visione da sempre da noi auspicato ma tutt’altro che scontato.

Chi era per lei l’infermiere, come lo considerava prima della pandemia?
Ilaria Sotis, Rai Radio 1
L’infermiere per me è sempre stato una figura capace di prendersi cura delle persone in condizioni di fragilità. Dare cura significa essere umani. Dunque una professione che contiene l’essenza dello scambio umano. Ma sicuramente lo vedevo più come un esecutore di indicazioni provenienti da altri (medici, specialisti…).

Tonia Cartolano, Sky
L’immagine che ho degli infermieri sono i volti e qualche volta anche i nomi di quelli che ho incontrato ancor prima della pandemia. La prima immagine è femminile: una infermiera napoletana della terapia intensiva dell’ospedale dove fu ricoverata la mia mamma dopo un gravissimo incidente stradale. Non ricordo il suo nome, ma ho impresso nella mia mente il suo volto, il colore dei suoi capelli, le sue forme giunoniche e la sua voce rassicurante. Era lei che mi permetteva di entrare di nascosto in terapia intensiva, la sera tardi, per parlare alla mia mamma e per provare a farle sentire il calore del mio amore di figlia.

Giusi Fasano, Il Corriere
Io ho una sorella infermiera e quindi diciamo che sono guidata da questo sulla sensibilità verso la categoria. Premesso ciò, dico anche che ho sempre pensato agli infermieri (sorella compresa) come a un insieme di persone che fanno cose che io non riuscirei a fare: per esempio essere lucidi e avere i nervi saldi davanti a un paziente in emergenza. Insomma: sapere cosa fare quando la situazione è molto complessa, esattamente la stessa cosa che riguarda i medici. Non ho mai considerato troppo l’aspetto dell’empatia e del rapporto con il paziente. Erano più esecutori medici che persone dalle azioni autonome e consapevoli.

Alessandra Vaccari, L’Arena
Partiamo da un dato storico: sono figlia di un’infermiera che poi si è ammalata gravemente ed è passata dall’indossare un camice ad indossare un pigiama. Quindi la mia opinione è un poco falsata, visto che sono cresciuta negli ospedali, per una ragione o per un’altra. E per anni ho ipotizzato di fare il medico.

Enrico Negrotti, Avvenire
Ho un po’ di difficoltà a distinguere tra il prima e il dopo, perché mi sono spessissimo occupato di sanità e quindi non ho avuto bisogno di questa emergenza per conoscere il valore della figura dell’infermiere.

Niccolò Zancan, La Stampa
Ho incontrato molti infermieri grazie al mio lavoro. Sono loro ad occuparsi delle vittime, di cui noi giornalisti spesso dobbiamo scrivere. Gli infermieri sono i primi a scendere dalle ambulanze. Sono quelli svegli di notte in attesa al pronto soccorso. Sono quelli che devono trovare le parole giuste nei momenti peggiori. Hanno zoccoli ortopedici, camici verdi. Bevono caffè cattivo dai distributori automatici piazzati davanti ai reparti. Fanno turni lunghi e battaglie sindacali per ospedali che cadono a pezzi. Gli infermieri vedono paure e corpi. Maneggiano l’intimità degli altri. Quando sono bravi, hanno modi ruvidi ma rassicuranti. Con il loro lavoro, più o meno ben fatto, cambiano la vita di ogni singolo paziente.

Chi è l’infermiere ora e come ritiene sia da considerare?
Ilaria Sotis, Rai Radio 1
Con la pandemia ho imparato che ha uno spazio di autonomia immenso e che è proprio quello basato sul riconoscimento dei bisogni della persona da accudire, fisici, psichici, pratici. Dunque una persona assolutamente insostituibile.

Tonia Cartolano, Sky
Ora si aggiunge l’esperienza della pandemia. Gli infermieri sono stati non soldati, ma angeli. Non ho mai sentito nessuno di loro lamentarsi ed alcune storie mi hanno letteralmente commosso. Sapere che un’infermiera, ha sistemato una ciocca di capelli ad una signora prima che morisse, che le ha stretto la mano e le ha sussurrato in maniera delicata qualche parola, mi ha confermato la fiducia che già nutrivo nella figura dell’infermiere.

Giusi Fasano, Il Corriere
Con la pandemia ho scoperto, appunto, la grandissima capacità umana che fa di ogni infermiere un amico del paziente, più di quanto possa farlo il medico con il quale di solito il paziente mantiene più la distanza.
L’infermiere post-covid è colui o colei che ha fatto da fratello, madre, padre, figlio per gente che era sola. È stato/a la voce e l’emozione che arrivavano da fuori con bigliettini, fotografie e parole riferite. È stato/a un’immagine su un ipad mostrato a chi era sotto c-pap oppure è stato/a una persona da chiamare per sapere come stava chi era ricoverato. Lei o lui – l’infermiere – c’era sempre, era sempre “disturbabile”, sempre disponibile. E, a differenza dei medici, ho notato il desiderio più ampio di trasmettere all’esterno quello che gli infermieri sentono e vivono in corsia. Credo che siano più vicini agli oss che non ai medici da questo punto di vista. Ovviamente non ne faccio una questione di categoria intera: ogni persona è sé stessa prima di esser quello che fa. Ma la propensione al prendersi cura fa parte di tutti quelli che ho avuto modo di intervistare, di ascoltare, di leggere. Una quota considerevole, per non dire la totalità.

Alessandra Vaccari, L’Arena
La mia opinione nei confronti degli infermieri non è cambiata nella pandemia. Non mi piace la definizione di eroi, sarò controcorrente. Avevano forse alternative? Hanno continuato a fare quello che hanno sempre fatto. Pagati, male, come sempre, rischiando la salute, come spesso succede.
Con il Covid-19, l’esposizione mediatica degli infermieri è stata immensa. Ma definire chi non ha scelta, eroe, per me è sbagliato. Sono stati dei validi professionisti. Questo sì. In taluni casi mandati a combattere senza armi e protezioni. E hanno dimostrato di essere capaci di fare il loro lavoro.

Enrico Negrotti, Avvenire
Non ho avuto bisogno di questa emergenza per conoscere il valore della figura dell’infermiere. Avevo scritto già molti anni fa della carenza di personale, della sproporzione tra medici e infermieri in Italia in rapporto alla popolazione. E direi che la dedizione dimostrata anche in questa pandemia non fa che confermarmi nella importanza della cura delle persone malate che è propria dell’infermiere.

Niccolò Zancan, La Stampa
Gli infermieri sono sempre gli stessi. Anche adesso. Dopo il Covid19. Erano già in prima linea. Sempre a contatto con il dolore. Ora quel male non è più solo psicologico, è un male fisico che contagia e li ha resi, a loro volta, estremamente vulnerabili. È un mestiere usurante. Un mestiere pericoloso. Un mestiere che ti lascia segni addosso.

Che cosa manca secondo lei all’infermiere in termini di riconoscimento sociale per consolidare l’immagine che dato di sé – sia se per lei è positiva, sia negativa – durante la pandemia?
Ilaria Sotis, Rai Radio 1
Manca la spiegazione della complessità del lavoro e probabilmente anche quanto sia lungo il percorso formativo: fatto di studio e di pratica.

Tonia Cartolano, Sky
Avevo già ben chiaro prima il loro lavoro prezioso. Ho solo avuto una conferma dell’importanza del loro servizio. Forse questa pandemia ha il merito di averne esaltato e fatto conoscere il lavoro e di aver finalmente riconosciuto la crucialità del servizio nell’assistenza e nella cura del malato.

Giusi Fasano, Il Corriere
Sinceramente non trovo che ci sia difetto di riconoscimento sociale, in questo momento. Prima forse sì. Ma adesso siamo in una fase in cui non può essere sfuggito a nessuno il ruolo e l’immagine della figura infermieristica. Anche dal punto di vista della comunicazione: trovo che gli infermieri siano abbastanza organizzati con siti che funzionano alla grande, con profili personali, con racconti sparsi sui social che fanno sempre presa. Non so se avrebbe senso raccogliere tutto in un unico portale… Ma certo non è difficile far arrivare i vostri messaggi o i vostri sentimenti (sul lavoro, intendo) attraverso i canali classici che già sfruttate. Bisognerà capire qual evoluzione avrà nel tempo la vostra figura e quindi tenere accesa l’attenzione sul vostro ruolo, anche ad epidemia passata. A questo dovremo in parte pensare anche noi giornalisti e, sono certa, saprete darci spunti meravigliosi per farlo!

Alessandra Vaccari, L’Arena
Manca il riconoscimento professionale. Personalmente credo che visto il tanto studio di oggi per diventare infermiere andrebbe rivista questa professione forse anche nel nome. Non tanto e soltanto in termini economici.
Altrettanto credo che ogni infermiere dovrebbe essere molto più orgoglioso di quello che fa e dovrebbe ogni giorno, entrando in reparto, immaginare di avere una telecamera che lo riprende e lo proietta in mondovisione. Non importa se lavora in un reparto Covid o in una geriatria.
Credo che questa pandemia abbia dato una grande occasione, anche a chi magari era un pochino demotivato, per riappropriarsi di un ruolo, che da sempre è fondamentale nella cura dei pazienti. Spero che davvero sia così.

Enrico Negrotti, Avvenire
La domanda è un po’ difficile, perché ho impressioni da cittadino, più che da giornalista, anche se dovrei dire che la stampa potrebbe svolgere un ruolo attivo. Trovo che sia difficile orientarsi per far riconoscere i meriti in una società che spesso a parole si mostra comprensiva ma non nei fatti: in altri termini finché si tratta di mettere un like sui social va bene, se si devono compiere passi concreti, ognuno pensa a sé.

Niccolò Zancan, La Stampa
Manca un riconoscimento economico e istituzionale. Li accomunerei agli insegnanti e alle forze dell’ordine. Sono mestieri fondamentali. Servirebbero corsi professionali di altissimo livello, specializzazioni, rispetto delle competenze di ognuno. Possibilità di fare carriera.

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