Ampliare il campo visivo: cinema e professione infermieristica


Cinema

Il cinema, che non ha bisogno di presentazioni, è da sempre considerato una delle arti più complete. Questo è determinato dalla potenza che scaturisce dall’unione di tante immagini che confluiscono in un unico movimento. La fotografia è verità, e il cinema è verità ventiquattro volte al secondo, affermava Jean-Luc Godard. Se a questo risultato strabiliante, dopo l’era del cinema muto, aggiungiamo l’importanza del suono, ecco che avremo davanti a noi una delle massime espressioni artistiche.
Arte che mira, da secoli e secoli, a riprodurre qualcosa di astratto e intenso, qualcosa di elevato e possente: le emozioni. Dall’alba dei tempi, gli artisti cercano di riportare le emozioni e di farle testare allo spettatore come un passaparola di enorme influenza, senza badare a quanto esse siano disturbanti, commuoventi, commercialmente fruibili o meno; emozioni e arte, quindi, equivalenti e complementari.

Cinema e infermieri
Nel ventaglio smisurato di temi e argomenti trattati dalla cinepresa, ce n’è una in particolare dove l’emozione è vitale e gioca un ruolo chiave per la trasmissione del messaggio: la malattia, che è sì dolore e sofferenza, ma al contempo resilienza e rinascita, ha fornito spunti al cinema, che possono risultare utili anche a scopo formativo per il professionista sanitario.
Come ebbe modo di asserire Ingmar Bergman non c’è nessuna forma d’arte come il cinema per colpire la coscienza, scuotere le emozioni e raggiungere le stanze segrete dell’anima. Soprattutto quando quello che si vuole trasmettere al pubblico è un tema così di forte impatto emotivo, come le patologie e l’universo di situazioni che si portano dietro.
I film e le patologie, in generale, hanno sempre riscontrato un certo successo nel mondo del grande pubblico. Il motivo lo ritroviamo nella fondamentale importanza che ricoprono, col loro insinuarsi in dinamiche non sempre conosciute di persona dalla maggior parte degli spettatori e riportarle davanti agli occhi di tutti. Coprotagonisti nel tema patologie sono, ovviamente, i professionisti sanitari, in primis gli infermieri per le dinamiche che si vengono a creare durante il percorso assistenziale che la patologia comporta. Seppur parte di un’equipe multidisciplinare e multidimensionale, il ruolo dell’infermiere risulta anche qui, quasi sempre vissuto come accessorio: in altre parole, la visione medico-centrica dell’assistenza da parte della società ha infiltrato anche il mondo del cinema. Lo schermo, oltre che strumento di condivisione d’arte, ha anche una sfaccettatura meno nobile e di grande piglio sul pubblico: l’intrattenimento.
È da questa concezione di cinema che sono scaturite pellicole di basso livello, tese a portare avanti stereotipi e luoghi comuni tipici della forma mentis sociale. Con la triste conseguenza che un mezzo potente come uno schermo, di qualsiasi dimensione esso sia, possa davvero dare un’immagine indelebile nella mente delle persone. Una delle più nobili e silenziose professioni è stata così condannata a stereotiparsi in ventagli di opzioni che spaziano dall’accessorio goffo e maldestro della suprema figura del medico, all’infermiera sexy, tipica della commedia italiana degli anni Settanta, passando poi per l’angelo bianco con funzione consolatrice nelle attività socio-assistenziali.
Nonostante la professione infermieristica abbia avuto un’evoluzione importante negli ultimi venti anni, la percezione del cittadino risulta ancora distorta e lontana dall’attuale realtà.

Analisi della letteratura
Le prime trasposizioni di grande successo riguardo questa professione facevano parte del sottogenere della commedia italiana, cosiddetta ‘commedia sexy all’italiana’: un genere umoristico che sfruttava vaghe suggestioni e soprattutto luoghi comuni afferenti proprio a questa sfaccettatura.
Luoghi comuni che ritroviamo in titoli come L’infermiera di N. Rossati (1975), L’infermiera nella corsia dei militari di M. Laurenti (1979) o L’infermiera di notte di M. Laurenti (1979). Pellicole incentrate sull’umorismo dell’epoca, che mettevano al centro delle storie l’infermiera, tipicamente bella donna, con atteggiamento provocante sia nei confronti dei colleghi che degli assistiti. Tutto questo con comportamenti lontanissimi da quelli tipici della professione, con informazioni e pratiche assistenziali totalmente inverosimili.
Tutto ciò si affievolisce fino a sparire con il soccombere della commedia sexy all’italiana di quella portata, quindi agli inizi degli anni Ottanta. In questi anni infatti l’infermiere prende altre connotazioni, sia fisiche che comportamentali: si fa strada la figura dell’infermiere distratto, capro espiatorio e oggetto di derisione. Ne sono esempi film quali Gli infermieri della mutua di G. Orlandini (1969), Un sacco bello di C. Verdone (1980) e Le comiche 2 di N. Parenti (1991). Figure dall’aspetto tragicomico, a metà tra il ridicolo e il patetico, che screditeranno ancora una volta, agli occhi dello spettatore, l’infermiere e il curriculum di competenze necessario per l’esercizio professionale.
Ma un’altra interpretazione degli infermieri che è stata data dal cinema è quella di sadici dispensatori di dolore. Questo è il caso di film meno recenti come Anime in delirio di C. Bernhardt (1947), Kill Bill di Q. Tarantino (2003), dove l’infermiere Buck cerca di far stuprare la protagonista da un camionista, fino ad arrivare al simil-horror Misery non deve morire di R. Reiner (1987) e tratto dal romanzo Misery di Stephen King. Un cult rimasto nella psiche delle persone soprattutto per la ferocia e la rabbia dell’aguzzina psicopatica che si spacciava per infermiera e dei suoi terribili disturbi di personalità scagliati contro il protagonista Paul Sheldon. L’aguzzina aveva un atteggiamento talmente brutale da toccare profondamente l’animo umano dello spettatore: ciò è rimasto nell’immaginario collettivo per anni e anni, perdurando nell’opinione pubblica anche con l’aiuto, purtroppo, dai vari fatti di cronaca nera successi in alcuni ospedali italiani, che hanno alimentato questa connotazione.
L’ultimo stereotipo individuabile, a fronte delle pellicole che si sono susseguite nella storia, è quello è quello l’infermiera mediatrice. In film come Angeli della notte di G. Stevens (1940) oppure L’angelo del dolore di D. Nichols (1946), le infermiere avanzavano contro un sistema che soffocava e andavano a salvare vite, noncuranti della propria posizione e delle conseguenze del mettere in pericolo la propria vita. Uno stereotipo non proprio negativo, ma comunque associato complementarmente a un’altra figura: la crocerossina. Un’infermiera che indossa un’uniforme in cui viene rappresentata una croce rossa, simbolo generico degli ospedali, ritratta in molti film come ad esempio Addio alle armi di F. Borzafe (1932), L’angelo bianco di W. Dieterle, peraltro biografia di Florence Nightingale (1963) o Pearl Harbor di M. Bay (2001). La connotazione dell’infermiere, in questo caso, è di eterno consolatore. In questi film, dove lo scenario è appositamente quello della trincea, con le sofferenze e le tragedie che la contraddistinguono, l’infermiera spicca per la sua forza morale ed emotiva e la sua bontà. La lodevole struttura, però, incasella la professione come spinta dalla missione di salvare il mondo. E anche questo stereotipo, seppur più positivo, trasmette una immagine dell’infermiere alterata.
Nella vasta rappresentazione della figura dell’infermiere ritroviamo anche i film e le serie tv che hanno raccontato uno spaccato di sistema sanitario, rivolgendo lo sguardo direttamente ai professionisti sanitari come protagonisti. In questi il più ampio spazio è stato in genere attribuito alla professione medica, ponendo in secondo piano, con ruoli secondari, gli infermieri (Stanley et al., 2008). Questo è il caso di Amico mio, una serie tv italiana (1993-1998), Medicina generale, una serie di produzione italiana (2007-2010), La dottoressa Giò (1997), che dopo la sua produzione è tornata in auge nel 2019, o Braccialetti rossi (2014-2016).
Ma a parte le nostrane produzioni, il comportamento non consono degli infermieri e tutte le dinamiche che li vedono protagonisti, riappare nelle produzioni statunitensi. Produzioni come le famosissime Grey’s Anatomy (2005- in produzione), Nip/Tuck (2003/10) o Doctor House (2004/12), e stessa sorte per Nurse Jackie (2009-15) e Royal Pains (2009-16), gettano l’infermiere nel dimenticatoio dello spettatore dandogli solamente un ruolo subordinato al medico, e rimanendo una figura di background.
Tra le note d’onore, invece, per serie tv o i film che hanno rappresentato l’infermiere e l’ambiente circostante in maniera realistica, segnaliamo E.R. Medici in prima linea (1994-2009). Serie molto acclamata non solo dal pubblico col suo successo mondiale, ma anche dalla critica, guadagnando 123 nomination agli Emmy Award e diventando quindi la serie più nominata della storia, vincendone in tutto 22 (almeno uno ogni anno fino al 2005, ad esclusione del 2004). La serie inoltre ha vinto il People’s Choice Award come serie televisiva drammatica preferita dai telespettatori ogni anno dal 1995 al 2002. Tutto questo successo è dovuto alle storie e alle interpretazioni degli attori, che hanno appassionato il pubblico, ma anche alla veridicità delle situazioni create durante la vita dentro l’ospedale e i rapporti tra membri del team sanitario.
Altra opera di grande successo basata molto sulle dinamiche all’interno dell’ospedale è Scrubs (2001-2010), una situation comedy molto realistica, ambientata in ospedale, dove, pertinentemente alla realtà contemporanea, i pazienti non sempre sono salvati da un destino che, con una visione oggettiva, virerebbe verso un’unica direzione. La sua forza è proprio nella base comedy pervasa da un fondo amaro e riflessivo in ogni scorcio di puntata. In questa sit-com troviamo un’ottima complicità tra medici e infermieri, i quali, tra amori e situazioni varie, sono messi sullo stesso piano anche dal punto di vista professionale e, soprattutto, sono visti come elementi importanti nelle dinamiche ospedaliere.
Tra gli esempi di film degni di nota per l’ottima rappresentazione delle competenze e della figura dell’infermiere identificata in dinamiche reali, ricordiamo La forza della mente di M. Nichols (2001). Qui vediamo la vita della protagonista cambiare radicalmente quando le viene diagnosticato un cancro, quindi un film importante per i problemi che pone, tipici di questi percorsi di vita: la cura della patologia, i problemi personali, familiari, oltre a questioni di rilevanza collettiva (De Fiore et al., 2014). Questa opera è da evidenziare in quanto riesce ad ampliare la visione biomedica della ricerca, rispetto alla visione degli infermieri, molto scrupolosi nel prendersi cura della protagonista nella sua massima manifestazione di fragilità (Bellver et al., 2009) .
Altro lungometraggio meritevole di citazione è Il paziente inglese di A. Minghella (1996). Prodotto cinematografico che, sfociando comunque in una relazione sensuale e compassionevole tra l’infermiera canadese Hana e il paziente inglese, ha una base di trama che vede da vicino il rapporto infermiera-paziente e, quindi, la cura in stato di malattia, nelle sue sfaccettature più recondite (Metcalf et al., 2009).

Conclusioni
Le rappresentazioni sullo schermo possono essere un’efficace e raffinata strategia di comunicazione dal momento che, sfruttando l’identificazione con i personaggi, vengono trasmesse conoscenze e influenzate credenze e comportamenti sociali.
Quando le descrizioni non accurate diventano predominanti, però, si corre il rischio di aumentare la disinformazione a danno di tutti, pazienti in primis, in quanto le rappresentazioni negative degli infermieri rischiano di ridurre la fiducia che è alla base dell’assistenza.
Al contrario, le rappresentazioni realistiche in serie tv e film di uno spaccato di ospedale contemporaneo, nelle quali si ritrae anche la figura del professionista infermiere, più aderente alla sua vera identità professionale, fanno allontanare dalla forma mentis sociale alcuni stereotipi inculcati in passato.

Conflitto di interessi

Si dichiara l’assenza di conflitto di interessi.

Finanziamenti
Gli autori dichiarano di non aver ottenuto alcun finanziamento e che lo studio non ha alcuno sponsor economico.

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Bibliografia

– Bellver Capella V. (2009) Nurses as the safeguard for human fragility. Rev Enferm. Feb, 32 (2): 26-32
– De Fiore L., Costantini A., Di Maio M., Gori S. et al. (2014) Cancer on the big screen. How and whem movies deal with oncological diseases. Recenti Prog. Med. May,105 (5): 198-209. doi: 10.1701/1493.16455
– Doran D., Harrison MB, Laschinger H., Hirdes J., Rukholm E., Sidani S. et al. (2016) Relationship between interventions and outcome achievement in acute setting. Research in Nursing & Health. 29, (1): 61-70
– Metcalf J. (2009) The English Patient: Michael Ondaatje’s characterizarion of the nurse-patient relationship. Creat Nurs. 15 (1): 28-30
– Standey D.J. (2008) Celluloid angels: a research study of nurses in feature film 1900-2007. J Adv. Nurs. Oct, 64 (1): 84-95. doi: 10.1111/j.1365-2648.2008.04793.x;

Sitografia
– https://movieplayer.it/personaggi/ingmar-bergman_4360/curiosita/ (u.c. 10/04/2017)
– https://www.medicinanarrativa.it/it/simen/medicina-narrativa/cinema-e-letteratura/ (u.c. 10/04/2017)
– http://www.preventionandresearch.com/l-infermiere-nella-realta-mediatica-un-lungo-cammino-prima-di-essere-riconosciuto-professionista.html (u.c. 10/04/2017)
– https://www.radiomontecarlo.net/news/news/243677/il-12-maggio-1820-nasceva-florence-nightingale-la-donna-che-invento-le-infermiere.html (u.c. 10/04/2019)
– https://www.nurse24.it/infermiere/infermieri-stereotipi-luoghi-comuni-candy-candy.html (u.c. 10/04/2017)
– https://www.lastampa.it/2015/05/06/scienza/la-malattia-al-cinema-e-in-tv-fra-pregiudizi-e-informazione-rrP0zvXQ0UWZr9kcZAkTZN/pagina.html (u.c. 10/04/2017).


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